mercoledì, 18 novembre 2009
La mia recensione per Segnali di Novembre

Titolo: Memorie di una ragazza per bene (Mémoire d’une jeune fille rangée)
Autore: Simone de Beauvoir
Traduzione: Bruno Fonzi
Editore: Einaudi
Anno di pubblicazione: 1960
Numero di pagine: 368
Prezzo di copertina:  euro 9,80
 
 
C’è voluto un po’ per decidermi a scrivere qualcosa su di lei e i suoi libri. Lei è Simone de Beauvoir (1908-1986) e i suoi libri sono tanti e bellissimi. Non mi decidevo a scrivere perché mi sembrava un’impresa troppo vasta, un’avventura in cui non vedevo la fine. Volevo raccontare troppe cose e non sapevo quale scegliere tra i suoi tanti libri. Ci ho pensato parecchio e alla fine credo che il consiglio che posso dare a chi ancora non la conosce è di iniziare a leggerla dalla prima parte della sua autobiografia. Meglio se avete vent’anni o poco più.
Simone de Beauvoir, scrittrice e filosofa impegnata politicamente e civilmente, è nota per lo scandalo suscitato dal suo libro “Il secondo sesso” e dunque per le sue idee sulla donna e sul femminismo. Per quanto questo mi sembri molto (ed è, in sé, molto) non è abbastanza e non è tutto, perché la Beauvoir è molto altro: è la compagna ideale di molte adolescenti desiderose di trovare qualcuno in cui credere e qualcuno da imitare nei propri tentativi di crescita e rivoluzione interiore.
Questo libro, Memorie di una ragazza per bene, è stato scritto ripercorrendo i primi vent’anni della propria vita e raccoglie i racconti di una ragazza francese dei primi del Novecento, ma potrebbero essere i racconti di molte ragazze di oggi. Ragazze magari vanitose ma che non parteciperebbero mai ad un concorso di bellezza. Ragazze traboccanti d’amore e illusioni che però non sopportano la vista di reality o corteggiamenti in tv neppure in un giro di zapping. Ragazze piene di sogni, idee e progetti, ragazze piene di vita, ragazze così, come di certo ce ne sono tante.  
E’ meraviglioso il modo in cui la Beauvoir ripercorre i suoi anni di giovane ragazza studiosa e appassionata. Le domande che la giovane Simone si pone da piccola sono le stesse alle quali cercherà una risposta negli anni dell’Università, quando imparerà a formularle meglio e a renderle di ampia portata. Anche gli entusiasmi della piccola Simone sono quelli che percorreranno la sua vita intera, la sua vita carica di curiosità, passione, determinazione, felicità e certo anche qualche dolore.
Voglio pensare che tutte le copie di questo libro così speciale siano un po’ stropicciate, cariche di segni a matita, punti esclamativi e intere frasi sottolineate, è il modo più agevole per interagire con la Beauvoir e sentirla vicina, il modo più facile per trovare la giusta risposta alla domanda che martella in testa appena svegli o prima di dormire, quando si guarda fuori dal finestrino in treno, o mentre siamo impegnati a fare tutt’altro.
 
Vocabolario
 
Qualche concetto raccontato con le parole del libro “Memorie di una ragazza per bene”
 
Azione: “ A me occorre una vita divorante. Ho bisogno di agire, spendermi realizzare, mi occorre una meta da raggiungere, delle difficoltà da vincere, un’opera da compiere”.
 
Bruciare: “Vi è sempre stato in me non so quale mostruoso desiderio di rumore e soprattutto un desiderio di rotolarmi nel fango. Voglio la vita, tutta la vita. Mi sento curiosa, avida di bruciare più ardentemente di chiunque altro, e a qualsiasi fiamma”.
 
Disperazione: “Una volta stabilita questa disperazione, visto che continuavo a esistere, bisognava che me la sbrogliassi sulla terra nel miglior modo possibile, vale a dire, fare ciò che mi piaceva”.
 
Fortuna: “Consideravo una fortuna evidente che il cielo mi avesse assegnati proprio quei genitori, quella sorella, quella vita. Inoltre, ero dotata di quella che vien chiamata un’indole felice; ho sempre trovata la realtà più nutriente dei miraggi; le cose che per me esistevano con maggiore evidenza erano quelle che possedevo; il valore che attribuivo loro mi salvaguardava contro le delusioni, le nostalgie, i rammarichi; i miei attaccamenti avevano di gran lunga la meglio sui miei desideri”.
 
Indefinito: “Il fatto è che non avevo ancora posto la mano su nulla. Amore, azione, attività letteraria: mi limitavo ad agitare delle idee nella mia testa, discutevo astrattamente delle astratte possibilità, e ne concludevo la straziante insignificanza della realtà. Desideravo afferrare strettamente qualcosa, e ingannata dalla violenza di questo desiderio indefinito, lo confondevo con un desiderio di infinito”.
 
Indolenza: “La mia indolenza mi confermava nel sentimento della mia mediocrità. Decisamente abdicavo, forse per nessuno è comodo imparare a coesistere con gli altri, io non ne ero mai stata capace. Io, o regnavo o m’ inabissavo”.
 
Limiti: “Non scorgevo alcuna traccia della mia soggettività. Mi ero voluta senza limiti e ero informe come l’infinito. Mi trovavo delimitata dal rifiuto dei miei limiti”.
 
Necessità: “Io andavo fino al fondo dei miei sentimenti, delle mie idee, delle mie imprese; non prendevo niente alla leggera, e come nella mia prima infanzia volevo che tutto nella mia vita fosse giustificato da una sorta di necessità. Questa ostinazione, me ne rendevo conto, mi privava di certe qualità, ma non pensavo neanche lontanamente a rinunciarvi. La mia serietà era tutta me stessa, e tenevo enormemente a me stessa”.
 
Passato e Futuro: “ L’amicizia, l’amore, erano ai miei occhi qualcosa di definitivo, di eterno, non un’avventura precaria. Non volevo che l’avvenire mi imponesse delle rotture, bisognava che includesse tutto il mio passato”.  
 
Relazione: “Bisognava che l’amore mi giustificasse senza limitarmi. La vita in comune doveva favorire e non ostacolare la mia impresa fondamentale:appropriarmi del mondo. Né inferiore né differente, né offensivamente superiore, l’uomo predestinato avrebbe dovuto garantirmi la mia esistenza senza toglierle la sua sovranità”.
 
Ridicola: “Esitai, trattenuta dalla paura del ridicolo che aveva paralizzato la mia infanzia, ma non volevo più comportarmi da bambina e aggiunsi: magari mi troverai ridicola, ma mi disprezzerei se non osassi esserlo mai”.
 
Sfumature: “Il mondo che mi veniva insegnato si disponeva intorno ad alcune coordinate fisse e categorie precise. Le nozioni neutre ne erano state escluse. La mia esperienza smentì questo essenzialismo. Il bianco ben raramente era perfettamente bianco, la nerezza del male sfumava. Non mi riusciva di vedere altro che chiaroscuri”.
 
Verità: “Le cose di cui si parlava intorno non mi interessavano. Non avevo idee sovversive, anzi, non avevo affatto idee, su nulla. Ma cercavo con precisione la verità: questo scrupolo mi rendeva inadatta alle conversazioni mondane”.
 
Vita: “La mia vita sarebbe stata una bella storia che si sarebbe avverata a mano a mano che me la fossi raccontata”.
 
 
 
Biografia
 
Le opere
L'invitata (1943) è il primo romanzo pubblicato da Simone de Beauvoir, quello che la rivelò come scrittrice. Vi è affrontato con coraggio un tema difficile: l'inserimento nell'ambito di una coppia di un terzo personaggio, che ne muta l'intero equilibrio, costringendo ognuno a svelarsi sotto lo sguardo dell'Altro.
Il sangue degli altri (1945): durante la seconda guerra mondiale, nella Francia occupata, coloro che si erano accostati alla Resistenza si erano trovati di fronte a una duplice assunzione di responsabilità: quella di lottare contro l'oppressione nazista e quella di spingere gli altri (spesso le persone più care) a rischiare la vita. Di fronte allo strazio di queste morti, Simone de Beauvoir riafferma che non c'era altra via possibile, e che ognuno è sempre responsabile in prima persona delle proprie scelte, della propria libertà.
Dopo il suo viaggio negli Stati Uniti, pubblica Il secondo sesso (1949), un saggio fondamentale che da un lato fa il punto sulle conoscenze biologiche, psicoanalitiche, storiche, antropologiche esistenti sulla donna, e dall'altro apre la strada a quella discussione radicale sulla condizione femminile che avrebbe caratterizzato i decenni successivi.
Nel 1954 esce I Mandarini, con cui vince il premio Goncourt, considerato il suo più bel romanzo.
 
L'autobiografia
A partire dal 1958, si dedica alla sua autobiografia, uscita in quattro volumi:
Memorie di una ragazza perbene (1958),
L'età forte (1960), La forza delle cose (1963),
A conti fatti (1972).
È un'opera particolarmente preziosa perché offre, oltre alla storia personale della scrittrice, la diretta testimonianza sull'atmosfera e sul grande dibattito culturale svoltosi in Francia dagli anni trenta fino alla fine degli anni sessanta.
Una morte dolcissima (1964) è la recita intensamente commossa dedicata alla morte della madre. I temi della malattia, della vecchiaia e della morte sono quelli che Simone de Beauvoir ha voluto affrontare negli ultimi anni della sua vita (La Terza Età, 1970).
 
La cerimonia degli addii
La cerimonia degli addii (1981) è l'ultimo suo grande lavoro letterario che conclude in qualche modo,descrivendo la morte di Jean-Paul Sartre, la sua autobiografia in più volumi.
 
postato da: biribolina alle ore 13:30 | Permalink | commenti (2)
categoria:libri e letture
martedì, 17 novembre 2009
La riunione lanternata era convocata per le ore 21.00, presso la Cantina del Gufo.

Alle ore 21.00, compaiono Ci, Cri e Daria.

Ci conferma che a breve sarà disponibile una vera sede lanternata, mettendo a disposizione la taverna della sua nuova (!) casa.

Daria ci dà qualche piccola anticipazione su alcuni interessanti corsi e seminari che sta organizzando, in collaborazione con la Lanterna magica, per i mesi di gennaio - febbraio... ma qui non voglio essere io ad anticiparvi troppo: Daria, dai tu maggiori indicazioni a riguardo! Io spero di partecipare (a tutti! E approfitto dell'occasione per chiedere l'intercessione dell'organizzatrice affinché i corsi si tengano a febbraio, che a gennaio un pò sarò via e un pò dovrò studiare...).

Si comincia a pensare a qualche idea per promuovere il nuovo camelolibro, e si pensa ... ma questo è riservato (dovremo conttarci via mail -vedi al punto "infine"-)!

verso le 21.30 arrivano anche Silvia e Franzis, e continua il brainstorming sulle camelopromozioni...

Il successivo punto dell'ordine del giorno che viene affrontato è la nostra consueta CENA DI NATALE, che è stata fissata per il giorno GIOVEDì 10 DICEMBRE. Io attendevo conferma da Saretta sulla data per prenotare... saretta, batti un colpo! Altrimenti e che domani prenoto all'ANFORA. E se qulacuno ha qualche controindicazioni, PARLI ORA O TACCIA PER SEMPRE!
Se poi non hanno posto, cercheremo altrove!
La cena si svolgerà con le consuete modalità (lanternati and friends preocederanno allo scambio del libro con dedica, ecc, ecc...). Nonappena ho prenotato vi dò il via per gli inviti!

nel frattempo arriva anche saretta, in forma olimpica dal rosso capello... mentre non si palesano Pirofila (che poi ho visto tardi avermi chiamato, anzi scusa Pirò se non ti ho richiamato, ma poi il tempo passa e io mi perdo via...) e Monica (che mi ha scritto una mail... e si era dimenticata! Monica sucsa anche tu se non ti ho risposto ma vale idem come sopra, e per il caffè quando vuoi!).

INFINE, MOLTO IMPORTANTE! 
Abbiamo constatato che, ognuno per i suoi motivi, il tempo a nostra disposizione è meno, facciamo più fatica a tenerci in contatto, a seguire il blog (la cui sopravvivenza ultimamente si deve a daria, a cui va un mio personale e sentito ringrazimento per essersi dedicata particolarmente in questo periodo), quindi. Siccome noi non demordiamo, non temiamo ostacoli e difficoltà, ma siamo disposti a tutto pur di mantenere il nostro lanternamento, abbiamo stablito che ci sarà un APPUNTAMENTO VIRTUALE, via e.mail o sul blog, OGNI MERCOLEDì. Il mercoledì passate di qua, o aprite la mail e scrivete ai lanternati, se avete aggiornamenti, cose da dire, idee da condividere o anche per un semplice saluto... si parte da mercoledì prossimo ovviamente, visto che io dovevo diffondere la notizia e sono un pò in ritardo... però ho inizato verbalizzando (indegnamente, data l'assenza di Pirofila) di MERCOLEDì!

Infinissime, i presenti hanno potuto ammirare la mostra fotografica di Luca.... per gli assenti (che ci sono molto mancati) ricordo che è possibile vederla sino al 27!

Un abbraccio a tutti miei cari, sentiamoci presto o (AL PIù TARDI), per il thé del mercoledì pomeriggio!

Ciao!

EvaP


 

postato da: EvaPorata alle ore 21:28 | Permalink | commenti (9)
categoria:
mercoledì, 11 novembre 2009
Da www.minimumfax.com 
http://www.minimumfax.com/newsletter.asp?newsletterID=86&nl=1
 
I consigli di lettura di Giorgio Vasta*
 
Ogni volta che leggo un libro, dopo un poco che l’ho letto il libro si trasforma. Non si tratta di un fenomeno eccezionale, succede a tutti, è una consunzione-evoluzione fisiologica, la metamorfosi di una percezione. Il libro si trasforma e dirama, riverbera costruendo connessioni rampicanti. Chiaramente questa metamorfosi non riguarda l’oggetto, il parallelepipedo di carta (che se ne resta sereno e intatto sul suo scaffale), ma la forma interna che la lettura di quel libro ha generato. Perché i libri letti (e forse non soltanto quelli letti) si disarticolano, si scompaginano, si piegano e si squagliano, sono come dei barbapapà in continuo mutamento dentro la nostra testa o, più spesso, dentro la nostra pancia.

Quello che segue è un elenco di libri trasformati, letti in tempi diversi e ancora presenti, in forme a volte anomale, dentro la mia percezione. Libri che poco a poco rivelano i loro materiali costitutivi, la loro forma grezza, e che si collegano ad altri libri e ad altre immagini.

Esemplare, in questo senso, perché fondato su una razionale caleidoscopia, è Le scimmie sono inavvertitamente uscite dalla gabbia. L’ha scritto Dario Voltolini e l’ha pubblicato Fandango nel 2006. Le scimmie è un nastro di scrittura lungo circa trentasette metri, una produzione di parole che non semplicemente si allunga ma soprattutto si allarga, una storia che non si costringe dentro stretti obblighi di trama, una lettura che dà un senso di libertà delle parole (ben diverso dalle parole in libertà). Questo libro mi fa venire in mente il pongo, più esattamente certi caroselli della televisione italiana degli anni Settanta, quelli in cui da un grumo originario di plastilina si generavano in successione teste e corpi, animali e macchine, strutture morbide e screziate sulle quali era ancora percepibile il lavoro dei polpastrelli. Nel libro di Voltolini le frasi sono fatte di pongo e ognuna, in legame moltiplicatorio con le altre, crea immagini e ogni immagine è stupore intelligenza e piacere.

Da poco ho letto Maschio adulto solitario di Cosimo Argentina, pubblicato da Manni ad aprile del 2008. È un libro da subito prepotente, perentorio, con un protagonista, Dànilo Colombia, che è un picaro della disperazione, un calimero mannaro che attraversa furibondo Taranto Bari e la Brianza, una figura increspata e irritabile che emerge dalla sua stessa forma, procede impetuosa e spaccona, sbatte contro ogni cosa senza mai riuscire a sfondare niente, e allora Dànilo si riempie di rabbia perché la sua trama lo calpesta e le soluzioni immaginate sono sistematicamente autodistruzioni e non resta altro che sognare di divorare e di essere divorati mentre la storia, la storia di ognuno, intorno, è sempre e solo cenere.

La casa editrice Gaffi ha pubblicato Cagnanza e padronanza di Peppe Fiore. Sono dieci racconti. Se costruire frasi è l’artigianato di chi scrive, a me piacerebbe capire in che modo lavora Peppe Fiore, da dove proviene la sua gioia dell’alfabeto. Perché ogni frase di ognuno di questi dieci racconti, sfruttando il meccanismo elementare dell’associazione sostantivo-aggettivo e nutrendosi di una sintassi tentacolare, ha la capacità di aggiungere e contemporaneamente togliere un po’ di senso alle cose. Ma soprattutto in questo libro il linguaggio si fa invasione continua dilatando così la nostra percezione del mondo. Che poi, in sostanza, è quello che chiedo alla scrittura.

C’è un libro che periodicamente riprendo in mano. Non lo rileggo per intero, solo brani sparsi. È Jakob von Gunten di Robert Walser (pubblicato da Adelphi). L’avevo letto una quindicina d’anni fa e avevo pensato che fosse un libro per imparare ad andarsene. Andarsene via dagli altri, dai gruppi, dalle scuole, da tutto ciò che per un po’ di tempo si è condiviso. Ma senza rabbia, senza polemiche. Come in ogni altro libro di Walser le parole sono solidi elementari e servono a edificare i discorsi di Jakob, la sua asciutta impietosa meravigliosa pedanteria, i castelletti di senso che edifica nel corso di tutto il romanzo, anche goffi e comici, anche grotteschi, ma comunque piccole fortezze friabili, consapevolmente fallaci, messe in piedi per crollare e lasciare lo spazio utile ad andare via. Jakob von Gunten è un manuale di istruzioni per la fuga, per una fuga lenta ma sempre improvvisa imprudente e irrevocabile, un breve prontuario per un buon uso della diserzione. Senza mai specificare quale sia esattamente la meta di questa fuga, perché una meta esatta non c’è, c’è soltanto il raccogliersi nella forma della corsa e cominciare a correre.

E poi, per concludere, c’è un libro bellissimo e semicancellato, di quelli che nella migliore delle ipotesi si recupera vagando per una libreria del circuito remainder. È molto breve, una quindicina di pagine di testo effettivo, è stato scritto da Hugo von Hofmannsthal e si intitola Lettera di Lord Chandos. Nel 1902 von Hofmannsthal si mette nei panni del giovane Lord Chandos che scrive a Francis Bacon per raccontargli di essere precipitato in uno smarrimento linguistico dal quale pensa di non poter più venire fuori. La sua esperienza è quella di qualcuno per il quale le parole sono diventate cieche, non riescono più a vedere le cose, il mondo, brancolano per un poco e poi si fermano, si dimettono da se stesse. Su tutto incombe quella possibilità intrinseca allo scrivere, quella sorellastra impressionante e ininterrottamente presente, che è il non scrivere più. In quindici pagine lo sgomento calmo, la malinconia ultima e definitiva di fronte a ciò che è perduto e che perduto rimane. Von Hofmannsthal fa cominciare il Novecento letterario con una consapevolezza profonda, la stessa che innerverà gran parte delle scritture del ventesimo secolo: noi siamo gli artefici e, insieme, i sabotatori.

E questo, tutt’altro che un infortunio dell’invenzione, è il suo compimento. Il nodo nel quale la narrativa contemporanea, ancora, soffoca e respira.
 
 
* Giorgio Vasta è nato a Palermo nel 1970. Editor e consulente editoriale, insegna scrittura narrativa presso diversi istituti tra i quali la Scuola Holden e lo IED di Torino. Dal 1999 è stato curatore e poi direttore della collana di saggistica Holden Maps di Rizzoli. Ha collaborato come editorialista alla trasmissione Atlantis (Radio2 Rai) e fa parte della redazione di Nazione indiana. È ideatore e coautore di NIC. Narrazioni In Corso. Laboratorio a fumetti sul raccontare storie (Holden Maps/Rizzoli, 2005).Ha curato l'antologia di racconti Deandreide. Storie e personaggi di Fabrizio De André in quattordici racconti di scrittori italiani (Bur 2006) e nel 2007, con Edoardo Novelli, il libro fotografico di Alberto Negrin Niente resterà pulito. Il racconto della nostra storia in quarant'anni di scritte e manifesti politici(Bur). Un suo intervento è stato pubblicato nel volume Best off 2006, un altro nell'antologia I persecutori (Transeuropa 2007) e uno in Voi siete qui (minimum fax 2007).Il suo primo romanzo è Il tempo materiale, edito da minimum fax nel 2008 e candidato al Premio Strega 2009, e sempre per minimum fax ha curato l'antologia Anteprima Nazionale, edito nel 2009.
postato da: biribolina alle ore 13:41 | Permalink | commenti
categoria:libri e letture
lunedì, 09 novembre 2009

Finalmente ce l'ho fatta, mi sono registrata di nuovo!
Quindi un grande bacio a tutti, e ci vediamo l'11!
 

postato da: EvaPorata alle ore 19:46 | Permalink | commenti
categoria:
lunedì, 09 novembre 2009
“Una volta stabilita questa disperazione,
visto che continuavo a esistere,
bisognava che me la sbrogliassi sulla terra nel miglior modo possibile,
vale a dire,
fare ciò che mi piaceva”.

(S. de Beauvoir)
postato da: biribolina alle ore 12:54 | Permalink | commenti (3)
categoria:libri e letture
mercoledì, 04 novembre 2009
Ogni tanto riprendo il proposito di divulgare come posso quanto scritto dalla mia adorata Simone!
 

“Io andavo fino al fondo dei miei sentimenti, delle mie idee, delle mie imprese; non prendevo niente alla leggera, e come nella mia prima infanzia volevo che tutto nella mia vita fosse giustificato da una sorta di necessità. Questa ostinazione, me ne rendevo conto, mi privava di certe qualità, ma non pensavo neanche lontanamente a rinunciarvi. La mia serietà era tutta me stessa, e tenevo enormemente a me stessa”.
 
(Simone de Beauvoir, Memorie di una ragazza perbene)
postato da: biribolina alle ore 18:30 | Permalink | commenti (1)
categoria:libri e letture
martedì, 03 novembre 2009
Qualcosa si muove.
Forse.
Voglio uno Stato Laico.
Laicità.
Che bella parola.
Mi piace come la parola Pace.
Vorrei una bandiera da appendere al balcone
con scritto
L.A.I.C.I.T.A'. 

 
da www.repubblica.it di oggi 3.11.2009 http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/scuola_e_universita/servizi/crocefissi-aule/crocefissi-aule/crocefissi-aule.html

La Corte europea dei diritti dell'uomo ha dato ragione ad una cittadina italiana che nel 2002 aveva chiesto all'istituto frequentato dai figli di togliere il simbolo

Strasburgo, no al crocifisso in aula
Il governo annuncia il ricorso

STRASBURGO - La presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche è "una violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e della libertà di religione degli alunni". E' quanto ha stabilito oggi la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo nella sentenza su un'istanza presentata da una cittadina italiana. Ma il governo italiano annuncia il ricorso contro la decisione di Strasburgo. In caso di accoglimento, il caso verrà ridiscusso nella Grande Camera. Altrimenti la sentenza diventerà definitiva tra tre mesi. Durissime le prime reazioni, soprattutto nel centrodestra tra i cattolici. A partire dal ministro Gelmini che parla di tradizioni italiane offese. Più cauto il Vaticano che si trincera dietro un temporaneo no comment.

Risarcimento per la donna che ha denunciato. Il caso era stato sollevato da Soile Lautsi, cittadina italiana originaria della Finlandia, che nel 2002 aveva chiesto all'istituto statale "Vittorino da Feltre" di Abano Terme, in provincia di Padova, frequentato dai suoi due figli, di togliere i crocifissi dalle aule. A nulla, in precedenza, erano valsi i suoi ricorsi davanti ai tribunali in Italia. Ora i giudici di Strasburgo le hanno dato ragione, stabilendo inoltre che il governo italiano debba pagare alla donna un risarcimento di cinquemila euro per danni morali. La sentenza è la prima in assoluto in materia di esposizione dei simboli religiosi nelle aule scolastiche.

La decisione della Corte europea. I sette giudici della Corte europea hanno sentenziato che la presenza dei crocifissi nelle aule può facilmente essere interpretata dai ragazzi di ogni età come un evidente "segno religioso" e, dunque, potrebbe condizionarli. E se questo condizionamento può essere di "incoraggiamento" per i bambini già cattolici, può invece "disturbare" quelli di altre religioni, in particolare se appartengono a "minoranze religiose" o gli atei.

Le reazioni. In attesa che vengano depositate le motivazioni della sentenza, arriva la prima levata di scudi da parte del ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini: "La presenza del crocifisso in classe non significa adesione al cattolicesimo, ma è un simbolo della nostra tradizione". Poi l'affondo a Strasburgo: "Nessuno, nemmeno qualche corte europea ideologizzata, riuscirà a cancellare la nostra identità".

Sulla stessa linea il ministro per le Politiche agricole Luca Zaia: "Non posso che schierarmi con tutti coloro, credenti e non, religiosi e non, cristiani e non, che si sentono offesi da una sentenza astratta e fintamente democratica". Per il leader del'Udc Rocco Buttiglione si tratta di "una decisione aberrante da respingere con fermezza". Il sindaco di Roma Gianni Alemanno si dice "estererrefatto per una sentenza che considero folle". E' cauta, invece, la reazione del Vaticano: "Credo che ci voglia una riflessione, prima di commentare", ha detto padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede.

E' critico il presidente della Camera Gianfranco Fini: "Mi auguro che la sentenza non venga salutata come giusta affermazione della laicità delle istituzioni, che è valore ben diverso dalla negazione, propria del laicismo più deteriore, del ruolo del Cristianesimo nella società e nella identità italiana". Per il neosegretario del Pd Pier Luigi Bersani "un'antica tradizione come il crocifisso non può essere offensiva per nessuno. Penso che su questioni delicate come questa qualche volta il buonsenso finisce di essere vittima del diritto".

Esprime soddisfazione il presidente dell'Unione musulmani d'Italia Adel Smith, protagonista, qualche anno fa, di un episodio analogo a quello della donna finlandese: "Una sentenza così era inevitabile, perché in uno Stato che si definisce laico non si possono opprimere tutte le altre religioni esibendo un simbolo di una determinata confessione".

I precedenti in Italia e Spagna. L'ultimo round dell'annosa polemica sui crocifissi a scuola si era chiuso a febbraio, con una sentenza della Cassazione. In quell'occasione la Corte aveva annullato una condanna per interruzione di pubblico ufficio nei confronti del giudice Luigi Tosti, che aveva rifiutato di celebrare udienze in un'alula dove era affisso un crocifisso. La questione non coinvolge solo il nostro Paese. Duri scontri tra Stato e vescovi sono avvenuti anche in Spagna nel novembre dello scorso anno, in seguito a una decisione di un giudice di Valladolid di far rimuovere tutti i simboli cattolici da una scuola.
postato da: biribolina alle ore 15:30 | Permalink | commenti (9)
categoria:cosa succede
lunedì, 02 novembre 2009
Non sto pensando a niente

Non sto pensando a niente,
e questa cosa centrale, che a sua volta non è niente,
mi è gradita come l'aria notturna,
fresca in confronto all'estate calda del giorno.

Che bello, non sto pensando a niente!

Non pensare a niente
è avere l'anima propria e intera.
Non pensare a niente
è vivere intimamente
il flusso e riflusso della vita.
Non sto pensando a niente.
È come se mi fossi appoggiato male.
Un dolore nella schiena o sul fianco,
un sapore amaro nella bocca della mia anima:
perché, in fin dei conti,
non sto pensando a niente,
ma proprio a niente,
a niente.

(F. Pessoa)

 
Ora che seguo un corso di training autogeno credo che questa poesia di Pessoa potrebbe essermi utile come tecnica di rilassamento, mentre mi immagino nella mia vasca da bagno, acqua calda con le bolle, e i pensieri che scivolano dai capelli fino a sparire giù.  
postato da: biribolina alle ore 19:09 | Permalink | commenti (1)
categoria:libri e letture
giovedì, 29 ottobre 2009

Mostra Fotografica di LUCA VOLTAN

dal 27 Ottobre al 27 Novembre 2009

La Cantina del Gufo Via Santa Lucia, 91 PADOVA



Mostra Fotografica di Luca Voltan


 
Luca Voltan

Nasce in Italia il 27 ottobre 1966, senza conservanti (purtroppo).
Fisicamente vive a Padova, mentalmente è sempre in viaggio.
Per realizzare le sue fotografie utilizza:
Canon 30D and Canon 350D
. Canon 18/55mm Canon 17/85mm Canon 70/300mm.


Mostra Fotografica di Luca Voltan
 
“Per me fotografare è un modo di capire che non differisce dalle altre forme di espressione visuale. E’ un grido, una liberazione. Non si tratta di affermare la propria originalità; è un modo di vivere.”
(Henri Cartier – Bresson)
postato da: biribolina alle ore 10:58 | Permalink | commenti (8)
categoria:punti di vista, cosa succede, produzione artistica
venerdì, 23 ottobre 2009
Ecco la recensione che ho scritto per Segnali di Ottobre!

Titolo: Tu più di chiunque altro
Autore: Miranda July
Traduzione: Delfina Vezzoli
Editore: Feltrinelli
Anno di pubblicazione: 2007
Numero di pagine: 173
Prezzo di copertina: 15 euro
 
 
Qualche anno fa di Miranda July è uscito il film “Me and You and Everyone We Know”. Un paio di anni fa , Miranda July ha messo insieme questa raccolta di racconti.
Di solito non sopporto gli artisti che fanno troppe cose insieme, mi fa pensare, banalmente, che se fanno tutto è perché non sanno fare nulla. E Miranda July, a mio parere, i film li sa fare, dunque, secondo la mia teoria, non può saper anche scrivere. Invece la novità è che Miranda July sa scrivere.
Di questi sedici racconti forse non tutti vi faranno saltare sulla sedia per la loro bellezza, anzi, ne sono convinta. Però almeno quattro o cinque di questi vi faranno ridere e commuovere anche a distanza di giorni. Penserete al cagnolino scappato e alla ragazza che cerca di acchiapparlo e dopo vari tentativi falliti lo lascia andare e pensa “Vivi il sogno Patata!”, e riderete ancora.
 
A volte le storie di questa raccolta sono un po’ fragili e zoppicano, ma sono tenute su da una scrittura che sa catturare in ogni parola un po’ di stupore. La scrittura di Miranda July è speciale perché racconta storie piccole e mai banali, non dà lezioni né giudizi, non spiega qui ci sta il male e qui il bene, non le importa niente di costruire confini, sembra che nemmeno li veda, i confini. Il mondo che ci racconta è abitato da persone diverse ma tutte queste persone vivono ai margini, seppure ai margini di un confine che lei stessa non vede o non vuole vedere. La scrittura di Miranda July racconta il mondo attraverso i suoi occhi, i suoi occhi enormi, azzurri e stralunati. 
 
“Non siamo gente che acquista cacao solubile, non ci perdiamo in chiacchiere inutili, non compriamo le cartoline della Hallmark e non crediamo nei rituali della Hallmark, come il giorno di San Valentino e i matrimoni. In generale, cerchiamo di evitare le cose futili e optiamo per quelle importanti. Le tre cose importanti in cima alla nostra lista sono: il buddhismo, mangiare sano, e il panorama interiore. Il taglio di capelli rientra nella stessa categoria del taglio delle unghie delle mani e dei piedi, che a sua volta rientra nella categoria della tosatura del prato. Noi non crediamo nella tosatura del prato: lo facciamo solo per evitare inutili discussioni con i vicini”.
Da “Mon Plaisir”.
 
postato da: biribolina alle ore 11:41 | Permalink | commenti
categoria:critica letteraria