Prima precisazione:
Il titolo è poesia&politica, ma la storia di cui voglio parlare non è Mastella e Neruda, anche se guarda caso citerò prorpio Neruda, quello vero, però, personalmente sottolineato più volte a matita nel libro "Confesso che ho vissuto".
Seconda precisazione:
Il post mi è stato ispirato da quello di EvaP sulla domenica passata a Treviso con gli scrittori contro il razzismo. Ho aperto un nuovo post e non scritto un commento perchè penso di dover scrivere un po', vediamo.
Allora:
C'ero anch'io a Treviso domenica scorsa. Biribolina ed EvaP e pure Silvia5 (sì, siamo un gruppo impegnato, già). C'ero anch'io ed ho visto e sentito (ma pure non sentito, molto spesso) le stesse cose che sono già state raccontate da EvaP. Eppure ho pensato e provato qualcosa di diverso. E poi ho tirato fuori, insieme ad un'altra amica, le domande che ora sono state poste a voi nel post di EvaP.
Io ho cercato la risposta ed ho (ri)trovato questo:
"L'onore della poesia è stato uscire in strada, prendere parte a questa o quella lotta. Non si spaventò il poeta quando lo chiamarono insorto. La poesia è un'insurrezione. Non si offese il poeta quando lo chiamarono sovversivo. La vita supera le strutture, e ci sono nuovi codici per l'anima."
(P. Neruda, Confesso che ho vissuto)
Ecco, già anni fa mi ero appuntata questa frase, e anche oggi la trovo vera, bella, attuale. E penso che allora tutti gli scrittori che erano in piazza a Treviso domenica scorsa meritano ascolto e applausi, meritano tutta la gente che infatti si è accalcata per sentirli.
Però a questa giornata è mancato qualcosa. E secondo me è mancata la politica o il senso sociale. I letterati hanno scelto di parlare di politica da letterati, senza sporcarsi le mani. Voglio dire, a me sembrava chiaro che se stai lì a leggere pro o contro qualcosa e ti schieri con o contro qualcos'altro vuol dire che fai politica, vuol dire che vuoi occuparti del tuo mondo e di quello degli altri uscendo fuori tra e con gli altri e non dalla tua stanzetta chiusa. Allora lo fai fino in fondo, si parla, ci si confronta, si fa un dibattito, si fanno domande, si creano risposte forse, certo dubbi. Tutti insieme. Loro, gli scrittori, stavano dando un messaggio a e per "gli altri", ma "gli altri" non c'erano, non erano lì. Non hanno sentito un bel niente. Ora, io non so chi doveva portarceli, o se ci si dovevano portare da soli, o se si doveva fare una cosa più estesa e diversa e come. Ma penso che comunque sia stata una cosa fatta a metà.
Se mi si dice che quella non era politica, io dico allora che era un puro esercizio di forma, un discorso bellino da sentire dal salotto buono (ce n'è uno? ma, pseudobuono, diciamo) della sinistra che si compiace della sua cultura e della sua sensibilità per i più deboli.
Se mi viene detto che era una normale giornata di lettura tra lettori, senza pretese, invece me ne sto zitta e anzi dico "bella giornata, buona idea, bravi".
Io però avevo capito che volesse essere un appello, un segnale, un gancio, un aiuto per chi lo cerca e ne ha bisogno. Se questa fosse la verità penso che l'intento non sia riuscito, mi pare sia mancato qualcosa.
E' mancato il dialogo. E' mancata la politica.
Vorrei estendere questa riflessione al rapporto tra Poesia e Politica al di là della giornata di domenica, vorrei provare a capire la relazione. Se c'è, non c'è, quale dovrebbe/potrebbe essere.




